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Palazzo Villa-De Mansis

Palazzo Villa-De Mansis

Le vicende storiche di Palazzo De Mansis, dal 1870 divenuto di proprietà dei Signori Villa, non possono esulare da quelle che sono gli avvicendamenti e gli sviluppi temporali che hanno caratterizzato il corso degli eventi di Rione Ospedale. La struttura di fondo che ancora oggi sorregge il modello insediativo di Ospedale, risale all'epoca medievale e si innesta su precisi capisaldi generativi che calamitavano intorno a se tutto l'interesse, rappresentati dall'antico "Hospizio" e dalla "Chiesa di Santo Spirito" ora non più esistenti e su cui si sono innestati il Palazzo De Mansis e la Chiesa di Santa Maria di Monserrato. Si ha ragione di credere che a seguito di studi diagnostici sulla costruzione, resti dell'antico "Hospizio" siano ancora visibili sotto la struttura muraria di Palazzo Villa.

I primi abitanti di Ospedale come di Contrada rappresentavano l'estremo lembo della colonia romana di Abellinum. La città murata della "Colonia Veneria Livia Abellinum", costruita dai coloni venuti da Roma, fu centro amministrativo della vasta regione che comprendeva "vicl" o "pagl" sui quali esercitava la propria giurisdizione. La fortezza di Abellinum aveva la funzione importantissima di tenere aperte le grandi vie di comunicazione tra la parte bassa della Campania e l'Apulia. Il primordiale insediamento di Ospedale sorgeva al confine tra Abellinum e il territorio di "Nucaria Alphaterna", proprio sulla strada che portava a Forino "Forum" e metteva in comunicazione il Tirreno con l'Adriatico. Ospedale, quindi, esisteva già al tempo dei romani come "vici" anche se non rientrava nelle mura dell'Urbe.

Ciò nonostante faceva parte della "civitas" in quanto probabilmente apparteneva alla stessa "tribù rustica". Dopo la caduta dell'Impero Romano, anche Ospedale sembra seguire le sorti burrascose di Abellinum, pertanto vede l'avvicendarsi degli Eruli, degli Ostrogoti, dei Bizantini e dei Longobardi, ecc. Nel 1170 vi è documentato la costruzione di una chiesetta dedicata allo Spirito Santo attigua all' "Albergo domnico o Hospizio", inteso come luogo per ospitare i pellegrini che da Salerno di lì transitavano per raggiungere Brindisi e poi la Terra Santa.

A quest'epoca Ospedale, non è ancora abitato e non lo è ancora nel 1213 quando in un documento si legge che Giacomo Francisio Signore di Monteforte e di Forino fece dono alla chiesa di Materdomini di Nocera, della Cappella di S. Spirito del Casale di Ospedale. Dopo due anni dalla donazione il vescovo di Avellino, Ruggiero con una bolla dell'8 giugno 1215, concesse ad un frate tedesco di nome Giovanni, di edificare una chiesa "ecclesiam cum hospitali in homore S. Spiritus in loco ubi contrada dicitur" nei quali i poveri potessero trovare conforto per il corpo e per lo spirito. Nella stessa zona sorgeva già la chiesa di S. Giovanni degli Ospedalieri con ammesso "Hospedale" che probabilmente erano andate distrutte per ragioni non note. Intorno alla chiesa ed all'Ospedale dei pellegrini si era andato nel tempo formando un piccolo casale, abitato dai vassalli, i servi e gli oblati del monastero e dalle loro famiglie, oltre che dalle genti delle terre vicine, attirati qui dalle franchigie e dai privilegi di cui godevano il monastero ed il suo casale, dando così origine al borgo attualmente allo studio. Il casale di Ospedale, contrariamente ad altri centri rurali, riuscì a sopravvivere alle turbolenze ed alle guerre civili che insanguinarono la seconda metà del secolo XIV e la prima del XV, anche se la chiesa ed il monastero di S. Spirito dovettero andare distrutti, visto che di loro non avanzano documenti posteriori ai primi anni del 1300. Lo status politico, amministrativo e religioso del casale era profondamente mutato: in questo periodo, infatti, Ospedale e Contrada non solo erano soggetti feudalmente ai Signori di Forino, ma anche ecclesiasticamente facevano parte della diocesi salernitana tranne che per alcune privilegiate famiglie.

La storia successiva di Ospedale è intimamente collegata a quella di Forino, restando casale fino all'eversione della feudalità avvenuta ad opera delle legge napoleonica del 2 agosto 1806.

Con l'avvento della "peste" databile nel 1656 molte famiglie nobili campane trovarono rifugio e sicurezza nell'amenità di questi luoghi ed ivi decisero di stabilirsi. E' probabile che anche la famiglia De Mansis abbia goduto di questo privilegio e da qui la decisione di fermarsi e magnificare il proprio prestigio e ricchezza anche nella edificazione di una studiata e spettacolare rappresentativa opera architettonica.

Sulle rovine dell'antico Hospizio sembra sorgere il Palazzo De Mansis che insieme alla Chiesa di Monserrato, rappresenta quindi il cardine ideale e fondamentale del Casale di Ospedale, dominando l'antistante piazza da cui si diramano le varie strade a formare quel tipico tessuto urbanistico medioevale cosiddetto "a raggiera". L'edificio è databile nella seconda metà del Seicento così come evidenziano i riconoscibili connotati architettonici e presenta una facciata cadenzata con ritmo misurato di balconi e finestre sia al primo livello che al secondo. Da un esame tipologico si rileva un parallelismo in prospetto, un chiaro richiamo alla peculiarità architettonica tipica di quel periodo esplicita anche nella Casina su Corso Umberto I ad Avellino ed in particolare è evidente un artificio architettonico che contempla il rialzo della parte centrale del prospetto con una altezza del portale d'ingresso che supera il solaio del primo piano, analogamente al Palazzo De Mansis. L'impianto planimetrico del palazzo, è a corte interna trapezoidale accentuata dal disegno della pavimentazione del cortile realizzata in pietrame calcareo. La divaricazione dei fili laterali del cortile serve a creare cannocchiali prospettici verso la piazza attraverso l'androne principale e verso il paesaggio attraverso il portico a tre fornici. Il pozzo collocato sullo spigolo sinistro introduce nell'impianto una controllata asimmetria. La parte retrostante, scarna è protetta verso il fondo con un leggero declivio verso valle.

Si sviluppa su due piani con accesso tramite uno splendido portale in pietra sovrastato da stemma decorato con leone rampante. Attraverso un androne coperto con tracce di affreschi che richiamano ancora lo stemma di famiglia nella volta a botte, si giunge al cortile interno lastricato con pietre di diversa policromia. Due lati di detta corte sono occupati da ambienti destinati a stalle, depositi e cantine ove sorge anche un frantoio per la produzione di olio. Gli altri due lati presentano pilastri in pietra sormontati da archi policentrici con chiave di volta rettilinea in bugnato rado. Sul lato di facciata destro, un "lubbione" ossia un passaggio unisce il palazzo con la vicina Chiesa di Monserrato, grazie al quale i signori De Mansis potevano assistere alle funzioni religiose senza uscire dal palazzo e soprattutto senza mescolarsi alla folla anonima dei paesani. Il prestigio del palazzo era accresciuto da un ricco parco retrostante, che viene attualmente catalogato dalla Soprintendenza su apposita scheda, come tipico "giardino all'italiana". L'importanza di detto giardino è annoverato anche "nell'Atlante dei parchi e giardini storici del Ministero dei Beni Culturali"; qui si parla di un giardino di circa 1.000,00 mq di estensione con le sue siepi di bossi e alberi di lauro che ben sottolineavano alcuni punti ambientali importanti.

Il giardino all'italiana è la naturale evoluzione del giardino umanistico, frutto della cultura antropocentrica, che si connota per un carattere magnificente in cui regna una perfetta armonia. Nel giardino viene ricreato un ordine cosmico mediante l'applicazione del ritmo e dell'armonia, della proporzione e dell'equilibrio, che si dichiarano nell'utilizzo di un rigido geometrismo. I viali vengono usati come assi prospettici che collegano le varie parti del giardino e mettendo in risalto i giardini pensili, le terrazze e le scalinate. Caratteristiche che distinguono un giardino all'italiana sono quindi la geometria dei tracciati e delle aiuole sempreverdi o fiorite. Statue e fontane sono sapientemente armonizzati e particolare attenzione vi era per "l'ars topiaria" (particolare arte che consiste nel potare il verde dandole una forma geometrica).

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